Il poeta Giorgio Maria Rapparini e le arti alla corte palatina di Düsseldorf

Gennaro De Luca
Quando il bolognese Giorgio Maria Rapparini (1660-1726) giunse alla corte palatina di Düsseldorf, intorno al 1684, non gli ci volle molto per capire che quello era il posto adatto a un poeta di belle speranze come lui. Il giovane principe Giovanni Guglielmo II di Wittelsbach-Neuburg (1658-1716) non era ancora al governo e già aveva le idee chiare sul da farsi. Stava per ereditare un paese nella burrasca. Il Palatinato era nello sfacelo della Guerra dei Nove Anni (1688-1697) e subiva ripetutamente le violente vessazioni dell'esercito francese. Intere città – e tra queste Heidelberg e Mannheim – erano state rase al suolo, le residenze palatine distrutte e le tombe degli antenati profanate. Persino il palazzo che ospitava il principe, sulla riva destra del Reno, appariva fatiscente. E lui vagheggiava di voler costruire la più ricca galleria d'Europa, nascondendo a fatica capricci da visionario. Forse era nell'arte che cercava quella stabilità che il suo paese, regione dai confini perennemente precari, non aveva mai conosciuto e che, anche sotto la sua guida, avrebbe faticato ad agguantare. Al suo cospetto Giorgio Rapparini, nato da una famiglia di artisti e con alle spalle già un discreto bagaglio di esperienze, non poté trattenere lo stupore. Quell'ambizione, così intempestiva e controcorrente, era da sola promessa di grandi prospettive. Segretario di corte fu il suo ruolo ufficiale ma, come il multiforme Proteo, declinò esperienza e uno speciale spirito di adattamento agli “affetti multipli del suo Signore”. Vivacità ed estro poetico, le qualità più adatte per galvanizzare l'ego del principe, certo non gli mancavano e così divenne a tutti gli effetti grande orchestratore del piacere a corte, in qualunque forma questo si declinasse – note, battute o pennellate – e fautore poetico di sintesi tra le diverse arti riunite a Düsseldorf.

Indice

Lorenzo Miletti, Stefania Tuccinardi Una celebrazione poetica del Cortile delle Statue e della 'Cleopatra' in Vaticano: Aurelio Serena da Monopoli
vai all'articolo » pag. 3-19
Roberto Bartalini “La piaga che Maria richiuse e unse”. Di nuovo sui dipinti murali di Ambrogio Lorenzetti nella cappella di San Galgano sul Monte Siepi
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Cristiana Pasqualetti Novità sul Pontificale Calderini e sulle vicende della miniatura fra l'Aquila e l'Urbe negli anni del Grande Scisma (con una traccia su Zacara da Teramo “scriptore et miniatore”)
vai all'articolo » pag. 32-59
Silvia Paltineri Un gruppo di situle figurate atestine del V-IV secolo a.C. Una proposta di interpretazione
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Antonio Mazzotta Altri 'ritratti' veneziani per Antonello, Jacometto e Andrea Previtali
vai all'articolo » pag. 69-91
Cristina Conti Perino del Vaga e il 'Compianto sul Cristo morto' in Santo Stefano del Cacco: una proposta di datazione
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Camilla Colzani Pellegrino Tibaldi nel cantiere pittorico della Sala Regia vaticana: documenti e disegni
vai all'articolo » pag. 96-99
Giuseppe Porzio Ribera intorno al 1625: un nuovo 'San Francesco'
vai all'articolo » pag. 100-104
Gennaro De Luca Il poeta Giorgio Maria Rapparini e le arti alla corte palatina di Düsseldorf
vai all'articolo » pag. 105-121
Stefania Castellana Un'incursione nella bottega del Sagrestani: Giuseppe Moriani e il 'Martirio di Sant'Andrea' nella chiesa delle Mantellate a Firenze
vai all'articolo » pag. 122-133
Elisa Bruttini “Antichità, e altre galanterie diverse”. Giovan Girolamo Carli collezionista erudito
vai all'articolo » pag. 134-141
Nicol M. Mocchi Il modello austro-tedesco per i pittori italiani negli anni del Simbolismo: qualche ipotesi di ripresa visiva
vai all'articolo » pag. 142-165
Annamaria Petrioli Tofani Mario Di Giampaolo: in memoriam
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Victor M. Schmidt Z. Murat, Guariento
vai all'articolo » pag. 173-179
Eliana Carrara Le postille di padre Sebastiano Resta ai due esemplari delle «Vite» di Giorgio Vasari nella Biblioteca Apostolica Vaticana; Le Postille di Padre Resta alle «Vite» di Baglione
vai all'articolo » pag. 180-181